CAPITOLO SEI
Aragorn si guardò
velocemente intorno: erano circondati! Le schiere nemiche, uscite dai cancelli
neri di Mordor avevano invaso la pianura fermandosi minacciosi a pochi metri di
distanza dalle sue truppe. Non poteva esserci salvezza, solo la consapevolezza
che con la loro morte avrebbero guadagnato tempo prezioso per Frodo. Il re
osservò ancora una volta il suo esercito, poche centinaia di uomini contro
migliaia di orchi: nei loro occhi poteva leggere la paura per lo scontro
imminente, la disperazione che aveva preso il posto della speranza. Sospirò
lievemente puntando il suo sguardo sui suoi amici, Gandalf e Gimli, che a pochi
passi di distanza scrutavano il nemico con l’espressione di chi è pronto a
morire. Poi i suoi occhi si posarono su Legolas: fra tutti i nove compagni
l’elfo era sempre stato quello più riservato e silenzioso, avvolto da un’ombra
di mistero. Spesso Aragorn si era chiesto che segreti nascondesse il suo amico
ma non aveva mai dubitato della sua lealtà.
Legolas, percependo lo sguardo di Aragorn, si voltò verso di lui, sorridendo
dolcemente:
“Andrà tutto bene, lo sento.”
Il re lo guardò interdetto: ancora non riusciva a capire come l’amico potesse
rimanere così impassibile o addirittura essere felice di fronte a una battaglia
il cui esito era già scritto. Cosa nascondeva nel suo cuore? Ma non era quello
il momento per cercare delle risposte. Piano ritornò a scrutare le schiere
nemiche: questa attesa stava distruggendo ulteriormente il morale dei soldati.
Era giunto il momento: alzò la spada sentendo su di sé l’attenzione di tutti i
suoi compagni e urlando si slanciò all’attacco, subito seguito dagli altri. Era
cominciata la battaglia per la libertà della Terra di Mezzo.
Legolas fu subito al fianco del numenoreano, sorridendo per l’eccitazione dello
scontro: con movimenti agili ed eleganti, come in una danza sensuale, l’elfo si
fece strada fra le prime file di orchi, lasciando al suo passaggio una scia
insanguinata. Con un gesto netto della mano tranciò la testa di un orco, saltò
all’indietro evitando la lama di un altro nemico, girò su se stesso per
contrastare un avversario che lo aveva attaccato alle spalle. I suoi coltelli
argentati presto divennero rossi per il sangue versato, come la sua veste; i
capelli, rotto il nastro che li teneva legati, ricaddero morbidi sulle sue
spalle, appena mossi dal vento e dall’impetuosità dei suoi movimenti; negli
occhi, scintillanti di gioia, brillava la luce di chi sta per raggiungere la
meta tanto desiderata. Poteva percepire intorno a sé i suoi amici, i suoi
compagni ma tutto spariva davanti alla consapevolezza che presto avrebbe rivisto
il suo amore.
E infatti poco dopo l’inizio della battaglia i cancelli neri si aprirono
nuovamente e un senso di angoscia invase tutti i combattenti: Sauron, il Signore
del Male, era arrivato. Nell’improvviso silenzio le schiere degli orchi si
divisero permettendo il passaggio del loro signore. Alla vista della sua enorme
figura, protetta da una spessa armatura nera, gli uomini si ritrassero
terrorizzati, abbandonando le armi per terra e ammassandosi intorno allo
stendardo reale, in cerca di protezione. Gandalf impallidì violentemente mentre
Aragorn strinse ancora di più la presa sulla sua spada, pronto ad affrontarlo e
a morire. Avanzò di un passo ma improvvisamente una mano si posò sulla sua
spalla, bloccandolo.
“Lui è il mio avversario.”
“Legolas?!”
Senza dargli il tempo di ribattere, l’elfo si parò davanti a Sauron sfidandolo
al combattimento. Per un attimo nessuno dei due si mosse, poi Sauron scattò in
avanti calando la sua enorme spada su Legolas, il quale non cercò nemmeno di
evitarla, preferendo parare il colpo con i suoi due pugnali. Un grido di
meraviglia si alzò dalla pianura: quell’esile elfo sembrava immune al terrore
che sprigionava la figura del Signore Oscuro e addirittura riusciva a
contrastarlo?!
“Sono tornato, come promesso, e questa volta non ti permetterò di vincere!”
sussurrò Legolas ma nel silenzio irreale del campo tutti poterono sentire le sue
parole.
“Sto aspettando” ribatté sarcastico Sauron.
“Quanto ti odio quando fai così!” urlò Legolas.
Fu solo allora che i suoi compagni si accorsero della luce argentata che aveva
circondato l’elfo, un’aura di magia talmente potente da essere tangibile:
un’improvvisa folata di vento spazzò il campo di battaglia e scompigliò i
capelli dorati di Legolas mentre lui attaccava con velocità inaudita il suo
avversario, concentrando il suo potere nei due coltelli fino a renderli
brillanti di luce propria. Fu uno scontro violento, nel quale la forza dell’uno
veniva compensata dall’agilità dell’altro, ogni attacco veniva bloccato e ogni
assalto respinto, come in una danza ripetuta migliaia di volte da due amanti. Ad
un certo punto, con un attacco più impetuoso, Legolas riuscì a spezzare l’elmo
di Sauron rivelando solo un volto spettrale, dai lineamenti indistinti e
indefiniti. L’elfo emise un gemito spezzato:
“Ti restituirò il tuo vero aspetto!” promise riprendendo la battaglia.
E fu in quel momento che percepirono la sua presenza, vicina, molto vicina:
l’Anello era a Mordor! Subito Sauron si voltò per ritornare alla sua torre e
contrastare il nuovo nemico ma con uno scatto Legolas si portò nuovamente
davanti a lui attaccandolo con tutta la forza che aveva: doveva trattenerlo il
più possibile perché se Sauron fosse tornato a Mordor allora tutto sarebbe stato
perduto. Scatenò tutto il suo potere in una lotta disperata costringendolo ad
arretrare, allontanandolo così dal cancello nero; continuò ad combatterlo
ignorando la stanchezza e il dolore per le ferite ricevute. Per un istante
sembrò che Sauron fosse in difficoltà ma poi con un fendente più forte degli
altri lo colpì alla spalla, gettandolo a terra; Legolas non cercò nemmeno di
trattenere l’urlo di dolore, piegandosi su se stesso. Sauron non lo degnò
nemmeno di uno sguardo allontanandosi velocemente: l’Anello lo stava chiamando.
“Non ti….permetterò…di andar via…” ansimò l’elfo.
Sauron si voltò lentamente; Legolas si era rialzato a fatica ma nei suoi occhi
non vi era paura o dolore: ancora una volta, dinanzi alla sua forza di volontà,
il Nero Signore sentì vacillare le sue certezze. Ricordi di un tempo felice
riapparvero alla sua mente, lasciandolo confuso: chi era quell’essere che lo
stava sfidando con tanta sicurezza? Piano un nome comparve nella sua mente:
“Legolas?!” lo chiamò stupito, abbassando la spada.
L’elfo sorrise dolcemente, una lacrima solitaria che bagnava il suo viso sporco
di sangue.
“Sono io…”
Ma in quel momento la terra cominciò a tremare, profonde crepe si aprirono nel
terreno inghiottendo gli orchi ma lasciando illese le truppe reali. L’Unico
Anello era stato distrutto! E mentre il mondo veniva purificato dal male, un
urlo si innalzò la cielo, l’urlo di morte di Sauron. La sua armatura si dissolse
nell’aria e lo spettro cominciò a svanire; subito Legolas si precipitò al suo
fianco, afferrando una di quelle mani trasparenti e stringendola forte al petto.
Ignorando completamente le urla spaventate dei suoi amici, osservò il suo
signore negli occhi e sorrise.
“Ascolta il mio cuore: esso batte per te. Sei te che mi rendi vivo, che mi
illumini gli occhi di gioia, che mi regali ogni istante di felicità. Ti ho
donato il mio cuore e la mia anima, a te ho dedicato tutta la mia vita; per te
ho rinunciato alla libertà e ai miei ideali e ora sono pronto a morire al tuo
fianco. Sono legato a te per l’eternità…”
E lentamente, davanti agli occhi stupefatti di tutti, il fantasma acquistò nuove
forme e colori, trasformandosi in uno slanciato elfo, dai lunghi capelli neri e
dal sorriso dolcissimo.
“Ti amo” sussurrò Sauron, accogliendo fra le sue braccia il suo amore e
baciandolo teneramente, mentre lacrime di gioia rigavano il volto dei due
amanti.