CAPITOLO UNO


La storia incomincia quasi un secolo e mezzo prima del “Signore degli Anelli” quando Sauron aveva ancora la sua fortezza a Bosco Atro.

LUCE E OMBRA
Parte 1
di Linras
Dedicata a Subnoel

Ancora una volta mi domando cosa ci faccio qui, nelle segrete più profonde della mia fortezza a Bosco Atro, davanti alla porta di una cella: il prigioniero ivi contenuto non è diverso da tutti quelli che sono morti in questa stessa prigione. Allora perché sono sceso fin qui, in un posto che odio per vederlo? E anche se la risposta è chiara nella mia mente, tuttavia sono meravigliato da ciò: ero solo curioso! Ho sentito uno dei miei orchi parlare di questo essere che per mesi ha resistito a torture e umiliazioni e mi sono incuriosito. Io che da lunghi secoli non provo altri sentimenti oltre l’odio e la rabbia, mi sono sentito interessato a un altro essere vivente e non per ucciderlo o torturarlo. Non mi interessa ciò, voglio solo vederlo. E mi sento strano, quasi un altro mentre sosto incerto davanti a questa porta. Vorrei aprirla per esaudire questo insolito desiderio ma al tempo stesso temo le conseguenze. Perchè questo essere, anche se indirettamente, ha risvegliato una parte di me che credevo persa per sempre, il mio cuore, e insieme a questo la mia capacità di provare sensazioni. Io sono Sauron, il Signore Oscuro, non posso permettere a un mio prigioniero di rendermi incerto e dubbioso. Dovrei andarmene e dimenticarmi di lui e di ciò che sto provando, tuttavia la mia mano scivola, quasi animata di vita propria, sulla maniglia della porta aprendola e io non posso fare a meno di avanzare e scrutare l’interno. E’ una cella come tutte le altre, umida, sporca, munita di grossi anelli alle pareti per le catene. Il prigioniero giace supino per terra, con la luce fioca della torcia che gli illumina la schiena bianca. Lo osservo attentamente, quasi nel tentativo di capire cosa lo renda così forte e immune al dolore; il mio sguardo scorre sul suo corpo nudo straziato: la pelle pallida rivela ferite, ematomi, ustioni; i lunghi capelli, un tempo forse biondi ma adesso del color della cenere, non nascondono le orecchie a punta. E’ magro, molto ma questo è normale: i miei orchi hanno la tendenza a mangiare loro il cibo dei prigionieri. Quello che non è normale è lo sguardo che mi rivolge, ora che si è accorto della mia presenza. Dovrebbe essere terrorizzato alla mia vista, tutti lo sono al mio cospetto, la maschera che indosso anche adesso ha proprio questo scopo. E invece quello che scorgo in quelle iridi verdi è solo indifferenza. Non dolore o paura o tristezza, solo il nulla, come se la sua anima fosse già morta. Forse è proprio così, probabilmente è diventato pazzo e non si rende più conto di quello che lo circonda. Adesso dovrei andarmene, ho soddisfatto la mia curiosità e invece mi ritrovo ad avanzare verso di lui, verso quegli occhi. Mi chino su di lui: non ho mai visto degli occhi tanto belli e profondi, come gli antri più reconditi e segreti delle foreste che un tempo erano la sua casa. Riflessi dorati impreziosiscono queste iridi smeraldine, come raggi di sole sulle foglie primaverili. Mi sento attratto dalla calma e dalla pace che sprigionano. Li voglio e io ottengo sempre quello che desidero. Estraggo la mia spada e la alzo sulla sua testa, pronto a colpire. Lo ucciderò per strappargli quelle gemme. E lui ancora una volta mi stupisce: sorride. Un sorriso stanco e triste, rassegnato. Ha capito quello che voglio fare e…mi sta ringraziando?! E’ la prima persona che mi ringrazia…e io…devo ucciderlo, ora, prima che il ghiaccio posto a protezione del mio cuore si sgretoli, deve morire prima che io..torni umano! Calo la mia spada su di lui, ma mentre lo vedo chiudere gli occhi per prepararsi alla morte un pensiero mi attraversa fulmineo la mente: non posso farlo! E allora devio il colpo: le catene che lo imprigionavano si spezzano sotto una cascata di scintille e io mi rendo conto che qualcosa è cambiato. Ho appena graziato un mio prigioniero e temo che le conseguenze di questo gesto saranno enormi e imprevedibili. Scrollo la testa, non è il momento di pensarci: ho sempre vissuto pensando al presente e continuerò a farlo. Lo guardo: adesso quegli occhi sono di nuovo vivi, colmi di meraviglia e stupore e io mi sento quasi felice di averlo risvegliato dalla sua indifferenza. Lo sollevo lentamente tra le braccia, avvolgendolo nel mio mantello ed esco da questa cella. Sta tremando: forse è il dolore che gli provoca la mia armatura al contatto con la sua carne indifesa. Istintivamente allento la presa su di lui: non voglio fargli male?! Ma cosa mi sta succedendo? E soprattutto cosa farò adesso di lui? L’ho salvato ma non voglio certo liberarlo. Potrei trasformarlo nel mio schiavo personale: in questo modo avrei sempre al mio fianco quegli occhi verdi. Lo curerò e lo costringerò ad ubbidirmi ciecamente. Però…mi dispiacerebbe piegare quella ferrea volontà che illumina i suoi occhi. Sarebbe come ucciderlo veramente e allora il mio operato sarebbe stato vano. Sto ancora decidendo del suo futuro quando raggiungo la mia camera. Sorrido lievemente, protetto dalla maschera, quando mi accorgo dove l’ho portato: nelle mie stanze. E così sia, ho deciso: per una volta lascerò che sia il destino a guidare le mie azioni. Lo depongo nel mio letto e mi accingo a curarlo: non mi fido di certo degli orchi. Lui, appena a contatto con le morbide lenzuola, si addormenta e io non posso fare a meno di notare la sua bellezza. Passo la mano fra i suoi capelli e sussurro:
“Sarai il mio successore.”
E soddisfatto comincio a vegliare sul suo sonno.